I condannati del calcio perpetuo


di Ignacio Ramonet

Le Monde Diplomatique (Francia)

 

Sarà un mese di calcio*. In Svizzera e Austria iniziano, il 7 giugno, gli Europei. Sedici nazionali si affrontano, in 31 partite, fino alla finale del 29 a Vienna, sul terreno dell’Ernst Happel (il vecchio stadio Prater, usato durante la Seconda Guerra Mondiale come campo di detenzione degli ebrei austriaci…).

 

L’Austria spera nell’arrivo di 1,5 o 2 milioni di visitatori. Un incremento del 25 per cento della sua popolazione! Poca cosa comunque, se confrontato con i 15 miliardi di telespettatori che (nel complesso) vedranno la manifestazione in tv. Questa massa enorme di consumatori costituisce l’Eldorado che molti desiderano. Il calcio si è trasformato in uno spettacolo televisivo. Ha a che fare più con la sfera della cultura di massa che con il gesto atletico. Le sue stelle sono le personalità mediatiche più universali. Nel recente Festival di Cannes, il “calciatore del secolo” Diego Maradona – a cui il cineasta Emir Kusturica ha dedicato un documentario – è stato il “divo” più applaudito.

 

E Ken Loach, uno dei più prestigiosi registi cinematografici (vinse la Palma d’oro a Cannes nel 2006 con Il vento che accarezza l’erba), sta realizzando, con un altro giocatore mitico, Eric Cantona, una pellicola sui tifosi del Manchester United, vincitore dell’ultima Champions’ League.

 

Il calcio è più di uno sport. Come dicono i sociologi, è un “fatto sociale totale”. Traduce la complessità di un’epoca. Seduce per le sue regole semplici. Per la sua combinazione di talenti individuali e di sforzo collettivo. È una metafora della condizione umana. Con più sconfitti che vincitori. In cui non tutto è epica. Quelli che più si danno da fare, come nella vita, non sempre vedono ricompensati i propri sforzi. Ci sono episodi sfortunati, situazioni folli, ingiustizie. A volte anche calici amari e disperazione.

 

Allo stesso modo, è un’allegoria della guerra (o della lotta per la vita). Lo rivela la sua terminologia: “attaccare”, “difendere”, “colpire”, “contrattaccare”, “resistere”, “tirare”, “matar”, “vincere”, “sconfiggere”. Assistere a una partita può causare ansia, stress… e anche infarti.

 

(Il calcio) è anche lo sport politico per antonomasia. Si pone all’incrocio di questioni attuali come la appartenenza, l’identità, la condizione sociale, e anche – per il suo carattere vittimistico e mistico – la religione. Con le loro gradinate circolari, gli stadi si prestano ai cerimoniali nazionalisti e ai riti identitari o tribali che sfociano a volte in scontri tra tifosi fanatici.

 

Alcuni definiscono il calcio “piaga emozionale ” o “peste delirante”. Altri continuano a ritenere che si tratti dello spettacolo sportivo più affascinante. Sebbene non ignorino le cicatrici che gli ha inferto la globalizzazione. Perché questa ravviva la passione per il denaro e valorizza soprattutto gli aspetti economici.

 

A proposito di Europei, gli sponsor (bevande, abbigliamento sportivo, automobili, etc.) hanno pagato più di 400 milioni di euro. E i diritti di trasmissione delle televisioni e della telefonia mobile, acquisiti da 170 Paesi, sono stati venduti per oltre un miliardo di euro. La Fifa dispone de un valore stimato superiore a quello di un Paese come la Francia, e sfrutta il processo di liberalizzazione economica del calcio.

 

Adidas, Nike, Puma e Umbro inondano il mondo con i loro prodotti-feticcio: scarpe, maglie, palloni, fabbricate nelle regioni più povere del pianeta, da operai sovrasfruttati, e venduti a peso d’oro nei Paesi ricchi. Una maglietta da calcio, che costa in Spagna circa 75 euro, equivale a tre mesi di stipendio di un bambino-lavoratore dell’India. Il calcio fa vedere così le contraddizioni e le forme di sfruttamento legate alla globalizzazione, e le sue più evidenti disuguaglianze.

 

Adesso alcune squadre sono quotate in Borsa come qualunque merce. Così quello che è in gioco in alcune partite, senza che lo sappiano i tifosi o i giocatori, è l’aumento o la riduzione del valore della squadra-azienda. Per scopo di lucro, molti miliardari investono in club di calcio. Soprattutto nel Campionato inglese. Il più noto è il russo Roman Abramovich – l’uomo sotto i quaranta anni più ricco del mondo (13,7 miliardi di euro) -, proprietario del Chelsea. O il multimiliardario statunitense Malcolm Glazer che ha comprato, per oltre un miliardo di euro, il Manchester United. O Alexandre Gaydamak, anch’egli russo, 32 anni, proprietario del Portsmouth, vincitore nel maggio scorso della Coppa di Inghilterra. L’obiettivo di questi investitori è quello di aumentare al massimo i profitti. Imitando il modello del capitalismo sportivo Usa.

 

Risultato di questa globalizzazione del calcio inglese (che altre Leghe europee vogliono imitare): le squadre britanniche si accaparrano i grandi giocatori. Nei Mondiali di Germania, nel 2006, il campionato inglese ha assicurato il numero maggiore di convocati nelle nazionali (14 per cento). E i club inglesi quest’anno hanno dominato la Champions’ League. Rovescio della medaglia: alcune delle squadre più note, come l’Arsenal, non schierano nessun giocatore inglese. Ancora peggio, la squadra nazionale inglese non è riuscita a qualificarsi per la fase finale degli Europei.

 

Il mercato, i soldi e l’assenza di scrupoli stanno imponendo nel calcio la legge del più ricco. Sebbene – per un mese – gli Europei possano illudere, il patriottismo degli sponsor si sta imponendo. Così vuole la tirannia del mercato.

 

A volte si definisce la religione “oppio dei popoli” per sottolineare la sua funzione alienante e la sua vocazione a distrarre la gente dallo sfruttamento a cui è sottoposta. Oggi il calcio ha la stessa funzione. Per questo la globalizzazione ci condanna, in qualche modo, al calcio perpetuo. Per ammansirci. Per non farci mai svegliare dalla nuova alienazione. Fino a quando?

 

(giugno 2008, nr 152)

 

L’articolo in lingua originale

 

* ndt: il mese di calcio è appena terminato, ma le considerazioni di questo articolo restano

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Una risposta a I condannati del calcio perpetuo

  1. Anonimo ha detto:

    fa molto onore a questo blog vedere pubblicati articoli che mettono in discussione la supremazia sociale, sportiva e culturale che il mondo assegna al calcio. ma diciamoci la verità. abbiamo tutti ai tempi di moggiopoli provato a interessarci al rugby. ma a parte la suggestione di quella fontanella umana che personalmente mi appassiona perche ricorda quelle coreografie da nuoto sincornizzato, del rugby nel cuore cosa ci resta?

    un’appassionata del gioco di pirlo e una nostalgica di quello di calaiò.

    Mi piace

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