Iraq, all’Asian Cup una squadra in esilio


Appuntamento ad Amman. I giocatori della nazionale irachena si ritrovano in Giordania, l’unica sede possibile per raduni clandestini. Ognuno arriva per conto suo, i viaggi organizzati, ripristinati dopo la caduta di Saddam Hussein, sono stati di nuovo aboliti, troppo pericolosi. E poi nessuno dei convocati gioca in Iraq, chi poteva ha cambiato passaporto. Un tentativo di ridurre il sequestro temporaneo che segue ogni arrivo all’aeroporto. Sette ore minimo in cui spiegare a più riprese davanti a svariati funzionari: “Sono un calciatore, vengo qui per giocare un’amichevole, per allenarmi in luoghi segreti che anche io ignoro e partire per qualche torneo in date che non conosco”.

Il prossimo torneo è l’Asian Cup, dal 7 luglio in Vietnam, Malaysia, Indonesia e Thailandia. Gli iracheni esordiscono sabato prossimo a Bangkok, contro uno dei tanti padroni di casa, la Thailandia. La nazionale prova a tornare quella delle Olimpiadi 2004, ultima volta in cui l’Iraq si è sentito patria, ultimo slancio emotivo per una bandiera, senza fucili. Gente che provava a sintonizzarsi da Baghdad, a vedere gol, capitani coraggiosi a pensare a quel quarto miracoloso posto come l’inizio di qualcosa, ma non è iniziato niente e anche se il gruppo è lo stesso si è perso lo spirito. Ad Atene, l’Iraq ha battuto Portogallo, Costa Rica e Australia prima di lasciare la medaglia di bronzo all’Italia. Oggi è cambiata l’identità, la nazionale non può più vivere solo di rivincita e autoaffermazione, cerca di darsi uno schema.

Prova a disegnarlo il brasiliano Jorvan Vieira, 53 anni e l’esperienza di tante panchine complicate: vice di José Faria nel Marocco ai Mondiali del 1986, passato, prima squadra africana a riuscirci, al secondo turno. Ha portato l’al-Qadisiya al primo posto nel campionato del Kuwait, ha fatto vincere all’Ismail il titolo egiziano, ha gestito le nazionali Under 20 di Oman e Malaysia e si è fatto esonerare dall’al-Taei, Arabia Saudita. Dal 24 maggio maneggia il caos, scelto come salvatore di una patria che non c’è, con un contratto che scade a fine luglio e verrà rinnovato solo se l’Iraq si qualifica almeno ai quarti della Coppa Asiatica. La precarietà fa parte dell’incarico.

Non ha spostato la famiglia, ha lasciato moglie e figli in Marocco dove vive anche lui salvo lunghe trasferte in Giordania per i pranzi con la federazione e i brevi estemporanei ritiri che non hanno mai un calendario. Per vedere i giocatori si muove tra Libia, Cipro, Libano, Emirati Arabi, Qatar, itinerari impossibili per chi è in carica da un mese, passato per metà nella suite di un hotel di Amman: “Ho capito una sola cosa: molti dei ragazzi che gestisco morirebbero se tornassero in Iraq. È il dato di fatto da cui devo partire. Quando non sai dove è casa, sei sperso. Come stare in un appartamento disordinato: pantaloni in cucina, camicia in salotto, calzini chissà dove. È una condizione mentale che devi accettare. Loro hanno a che fare con una guerra”.

Non ne parlano però, Vieira non li ha mai sentiti discutere di religione anche se la nazionale è mista, sciiti e sunniti, e neanche uno ha parlato di lutti anche se tutti hanno perso parenti o amici. “Sono spersi e nessuno li aiuta. Il governo di Amman ancora non ha una lista dei nazionali. Arrivano all’aeroporto e devono spiegare, sperare… Non posso fare nulla per aiutarli. L’aspetto logistico resta difficoltoso. Non ho mai visto Baghdad, ma suppongo che sia come Rio de Janeiro. In mano ai gangster”.

Nelle prime convocazioni importanti ha lasciato fuori un paio di veterani, costruisce il nucleo del suo Iraq attorno a Yunis Mahmoud, attaccante dell’al-Ghrarafa, capocannoniere del Qatar con 19 gol e Nashat Akram, 22 anni, centrocampista dell’al-Shabab (Arabia Saudita) che interessa al neopromosso Sunderland. Akram aspetta il provino in Inghilterra, legge pagine del corano negli spogliatoi e si è rassegnato a una preparazione alternativa: “Non sappiamo quando e dove ci alleneremo, le amichevoli vengono definite all’ultimo minuto, se aspettiamo condizioni diverse per fare bene siamo finiti”.

Yunis Mahmoud è stato il primo a sfidare la clandestinità, come gli altri non torna più nella città dove è nato e dove ha iniziato come giocatore di basket, ma i gol lo hanno reso spavaldo. È stato il primo giocatore a volere un sito internet ufficiale, con nomi, dettagli, contatti, scambi con i fan: un azzardo vero. Gli sportivi iracheni rischiano, hanno soldi, smuovono interesse, sono bersagli ideali per malavita e fanatici. L’anno scorso è sparito un arbitro di calcio, mai più ritrovato. Qualche mese fa hanno rapito e rilasciato, dietro ben due riscatti, un rappresentante del comitato olimpico e tempo fa è stata sequestrata l’intera squadra di taekwondo. Nessuna notizia fino al 16 giugno quando a sud di Baghdad sono stati ritrovati dei resti umani, identificati con il dna. La squadra di taekwondo.

I calciatori stanno lontani e si muovono nell’anonimato, anche se è difficile rimanere estranei a una folla che aspetta solo di riconoscerli. Non sono gli unici espatriati in Giordania, 1 milione di iracheni è scappato lì e ora setaccia i campi della città sperando di inciampare in un allenamento dell’Iraq. Riempiono gli stadi nelle partite ufficiali, organizzano tifo e striscioni per le trasferte, spediscono notizie a casa.

Jorvan Vieira ha accettato l’incarico e deciso che non avrebbe provato a mettere ordine, la missione è arrivare fino ai quarti dell’Asian Cup abituandosi al caos. L’ultima amichevole è stata una stangata, 3-0 dalla Corea del Sud. Vieira ha spiegato che il confronto è difficile, ma le qualificazioni sono andate bene e l’ideale delle Olimpiadi 2004 è svanito.

A gennaio sono stati eliminati al primo turno nella Coppa del Golfo, un trauma. Da eroi a nullità nel giro di due anni. È saltato l’allenatore e la ricerca di un equilibrio, se questa nazionale vuole vincere di nuovo dovrà accettare l’esilio “e i pantaloni in cucina e i calzini chissà dove”. Perché non c’è tempo per valigie perfette e non esistono centri sportivi, solo un albergo ad Amman dove arrivare dopo sette ore di interrogatorio.

(Giulia Zonca, La Stampa, 2 luglio 2007)

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