Risveglio e misteri di un ultras azzurro


di Carlo Maria Miele

Chi si trovava nella stanza dell’ospedale Santo Spirito di Pescara racconta che i primi segnali di ripresa sono arrivati sabato scorso, con la radiocronaca del Napoli impegnato in casa contro il Frosinone. Oggi Gianluca Chiagas è fuori pericolo, ma non è ancora in grado di parlare. Non può raccontare l’incubo di cui è stato vittima: la trasferta a Pescara, due settimane fa, per seguire gli azzurri, i violenti scontri all’esterno dello stadio tra ultras e polizia, e quel botto che lo colpisce al capo, lasciandolo privo di sensi. Un intervento neuro-chirurgico per asportare l’emorragia celebrale e nove giorni di coma indotto in terapia intensiva. E infine il risveglio, domenica sera.

A ricostruire i fatti per lui è il padre Vincenzo: “Gianluca è partito la mattina di sabato 25 novembre con tre amici ed è entrato allo stadio con regolare biglietto, come in occasione di ogni trasferta. Quando è scoppiato il caos era già dentro, e all’improvviso è stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo dalle forze dell’ordine”. Una versione completamente opposta a quella della polizia, secondo cui Gianluca – che per vivere fa il carpentiere a Brusciano, nell’entroterra nord di Napoli – sarebbe stato colpito da un petardo lanciato dagli stessi tifosi, nel corso degli scontri all’esterno dell’Adriatico, e sarebbe poi caduto da un muretto alto oltre un metro, finendo con la testa su uno dei gradoni dello stadio. Gli investigatori di Pescara procedono su questo filone, ma i parenti del 25enne napoletano non si arrendono. “Ora vogliamo la verità – continua Vincenzo Chiagas – vogliamo sapere cosa è successo: mio figlio non supererà mai lo choc, chi ha sparato dovrà pagare. Come al G8 di Genova. Abbiamo già sporto denuncia alla Procura della Repubblica di Pescara contro la Digos di Napoli, di Bari e di Pescara”.

Le accuse del padre di Gianluca trovano riscontro nel referto e nelle successive perizie mediche, che parlano di danni non imputabili a una bomba-carta o a un razzo, ma da un corpo contundente di forma tonda. Una versione sostenuta dallo stesso primario dell’ospedale di Santo Spirito, secondo cui l’ipotesi più plausibile è che il tifoso napoletano sia stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo e a distanza ravvicinata. Per scoprire cosa sia successo davvero all’esterno dello stadio pescarese il deputato del Prc Francesco Caruso ha rivolto un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Giuliano Amato. Oltre a quello di Gianluca, infatti, nel bilancio del sabato di guerriglia urbana vanno inseriti altri otto ferimenti, l’incendio di tre auto e l’esplosione di un mezzo della polizia, colpito da una bomba-carta.

In attesa di riacquistare la parola, Gianluca non può che assistere a tanto trambusto. Da qualche giorno i medici hanno deciso di sospendere la somministrazione dei farmaci e lo hanno trasferito nel reparto di neurochirurgia. Al suo fianco, nel letto d’ospedale, ci sono i parenti, gli amici e Carmine Gautieri, calciatore del Pescara ed ex Napoli, che ha voluto esprimere il suo sostegno alla famiglia pagando le spese mediche. Al telefono lo hanno raggiunto anche Fabio e Paolo Cannavaro e il capitano del Napoli Francesco Montervino, che gli ha regalato una maglia con tutte le firme della squadra. “La società, invece, ci ha ignorato – dice Vincenzo Chiagas – una sola telefonata dopo 4 o 5 giorni e poi basta. Spariti. Ci hanno detto che avrebbero richiamato, ma non si è mai fatto più sentire nessuno. Siamo davvero dispiaciuti”.

In compenso, con Gianluca c’è l’intera tifoseria organizzata azzurra. Sabato scorso, a sette giorni esatti dal suo ferimento, le due curve dello stadio San Paolo, piuttosto che festeggiare il primato in classifica, hanno preferito restare in silenzio e ricordare la “tragedia sfiorata” a Pescara. Durante tutto il primo tempo, Curva A e curva B hanno attaccato duramente le istituzioni, con decine di striscioni dedicati al tentato “omicidio di Stato” e al colpevole silenzio tenuto dai media su tutta la vicenda. Nella ripresa, a rompere il clima surreale e la noia della partita ci ha pensato un lancio persistente di bombe carta e fumogeni, che per ben due volte ha costretto l’arbitro a sospendere l’incontro. Il San Paolo è stato squalificato per una giornata. Ma questa è un’altra storia.

PUBBLICATO SU il Manifesto

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