Ululati nello spogliatoio


di Carlo Maria Miele

A giugno sarà il capitano del Togo ai Mondiali, ma per ora è poco più di un disoccupato. Il difensore ventottenne Komi Tchangai ha rescisso la settimana scorsa il suo contratto con il Benevento, la squadra di serie C in cui militava da ormai quattro anni. In città dicono che abbia approfittato della fama acquistata di recente per svincolarsi dal piccolo club e trovare un contratto migliore. I più informati parlano di una squadra olandese o francese. Ma lui – intervistato da Rai Sport – racconta una versione diversa. A spingerlo verso l’addio sarebbero stati gli attacchi razzisti subiti all’interno della società giallorosa, e in particolare dal suo presidente Cosimo Napolitano.

Il “fattaccio” risale a due domeniche fa, alla partita di campionato Castel San Pietro- Benevento. A un quarto d’ora dalla fine, sul risultato di parità, il difensore togolese si improvvisa portiere e colpisce con la mano un pallone vagante in area. Risultato: rigore per la squadra di casa e sconfitta della compagine ospite. L’ultima di una lunga serie negativa che porta, in un poche settimane, il club campano dalla vetta della classifica a un anonimo quarto posto. I tifosi protestano e, al termine della gara, il presidente dei giallorossi scende negli spogliatoi e accusa i giocatori di scarso impegno. L’attacco più pesante viene riservato proprio a Tchangai, il calciatore più rappresentativo. Lui incassa e non commenta. Ma il giorno dopo fa sapere di non voler più fare da “capro espiatorio” e chiede l’immediata rescissione del contratto.

Nei giorni successivi, il presidente del Benevento Calcio (la società nata la scorsa estate dopo il fallimento dello Sporting) prova a spiegare cosa sia realmente successo negli spogliatoi. Parlando alla stampa locale dichiara di avere avuto semplicemente “uno sfogo riservato, seppure molto forte”. Il fatto – spiega Napolitano – “è che lui doveva essere un valore aggiunto di questa squadra, ma finora non lo è stato”. La colpa dello straniero del Benevento sarebbe quella di avere la testa altrove. Ai mondiali o alle più prestigiose scene europee. Di accuse razziste, però, non se ne parla. Il primo a farlo è lo stesso Tchangai, che ai microfoni della trasmissione Rai Dribbling denuncia di avere subìto discriminazioni e attacchi razzisti. Un clima inaccettabile che lo avrebbe spinto ad abbandonare la città in cui vive con la sua famiglia da quattro anni.

La società respinge totalmente le accuse e annuncia iniziative legali contro il giocatore. Nelle ore seguenti da accusatore Tchangai rischia di passare per imputato. La stampa locale prende le parti della società e accusa il giocatore di ingratitudine verso la “sua” città e il club che lo ha accolto. A novembre, infatti, quando Tchangai era ancora un calciatore senza contratto, il neonato Benevento Calcio gli garantì la possibilità di firmare un ingaggio di un solo anno con la possibilità di andare via in estate, dopo i Mondiali, a parametro zero. In sostegno di Tchangai si scomoda solo la Provincia, che sull’immagine internazionale del giocatore aveva puntato molto, fino a nominarlo “ambasciatore del Sannio ai Mondiali”. “Legare il Benevento Calcio ai prossimi mondiali attraverso Tchangai – ha commentato il presidente dell’ente locale – sarebbe stata una promozione notevole. Diciamo che la cosa è stata gestita in modo frettoloso”.

Raggiunto al telefono, Tchangai preferisce non commentare quanto sta succedendo attorno a lui e continua ad allenarsi con una squadra locale di promozione. A poche ore dall’intervista e pressato dall’ambiente, lui stesso ha provato a scongiurarne la messa in onda, ma senza successo.

Adesso, non vuole commentare nemmeno quanto accaduto sabato scorso al camerunense del Barcellona Eto’o, con cui si è scontrato nell’ultima Coppa d’Africa. Bersagliato ripetutamente con cori razzisti dal pubblico del Real Saragozza, Eto’o ha deciso di abbandonare il terreno di gioco. L’arbitro ha sospeso la partita per qualche minuto e costretto la società di casa ad “avvertire” i tifosi tramite gli altoparlanti dello stadio. Alla fine, convinto dai compagni e dall’arbitro, Eto’o è tornato in campo e la partita è continuata.

Le polemiche però non sono finite allo scadere dei novanta minuti. Il calciatore africano ha ricevuto la solidarietà dei compagni di squadra. “Dopo aver sentito gli insulti che Eto’o ha ricevuto durante la partita – ha detto il Pallone d’Oro Ronaldinho – anche io avrei lasciato il campo con lui. Non si può continuare così. Dobbiamo cercare di eliminare queste cose dal calcio”. Al suo fianco si è schierato anche un altro brasiliano, l’avversario madridista Ronaldo che lo ha definito “coraggioso” e ha chiesto “la punizione contro ogni forma di razzismo”. I fatti di sabato sera non hanno lasciato indifferente nemmeno la Federcalcio spagnola che ha deciso di punire il Real Saragozza con una multa esemplare di 9mila euro.

Qualcosa di molto simile era accaduto in Italia lo scorso novembre, quando il difensore del Messina Marc Zoro, beccato dagli ululati razzisti dei tifosi dell’Inter, decise di fermarsi. Quella vicenda si concluse con quattro supporter nerazzurri diffidati, mentre alla società non venne riconosciuta alcuna responsabilità oggettiva. Zoro ricevette allora una telefonata di solidarietà dalla Spagna da parte di Eto’o, ma – se si esclude qualche eccezione – i suoi colleghi italiani preferirono stare alla larga dalle polemiche, tanto da spingere il giocatore a intervenire per condannare la tendenza dei calciatori italiani a “minimizzare”.

Allora, al coro di quelli che gettavano acqua sul fuoco si unì anche Komi Tchangai, l’ultima vittima del razzismo italico. In un’intervista a Repubblica dichiarò di non condividere la scelta dell’ivoriano: “Quando stava a Salerno sopportava insulti di tutti i tipi, è arrivato in A e ha fatto questa scena”. Adesso, dopo quanto gli è successo, il suo commento forse sarebbe diverso.

PUBBLICATO SU il Manifesto

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