Striscioni contro i rom negli stadi romeni


di Carlo Maria Miele

Dinamo o Steaua? La sfida per la squadra più razzista di Bucarest rimane aperta. Nelle partite giocate in casa i tifosi della Dinamo hanno l’abitudine di srotolare uno striscione di 50 metri con la scritta “Morte agli zingari!” o manifesti in onore di Ion Antonescu, il duce rumeno della Seconda guerra mondiale. Quelli della Steaua, invece, hanno dato il loro meglio nel derby giocato il 13 aprile scorso contro il Rapid, squadra della capitale e club di riferimento per la comunità rom. Per tutti i 90 minuti di gioco la curva ha intonato cori contro gli odiati “zigani”. A sostenerli, lo speaker dello stadio, che durante l’intervallo ha lanciato “Zingari e ufo”, uno dei più noti inni razzisti della Romania.

Episodi come questi tra i confini dell’aspirante membro Ue rappresentano la normalità. E fino a poco tempo fa non richiamavano nemmeno l’attenzione dei media, abituati a relegarli nella vaga categoria di “folklore ultras”. Qualcosa è cambiato quando i supporter della più famosa squadra nazionale si sono decisi a riproporre il proprio show sulla scena europea. L’occasione è stata Steaua-Shelbour, secondo turno preliminare della Champions League, giocata alla fine dell’estate scorsa. I cori razzisti contro i due giocatori neri della squadra irlandese hanno convinto l’Uefa ad assegnare una multa di quasi 20mila euro e la squalifica per un turno del terreno di gioco. Gli episodi di razzismo non riguardano solo Bucarest.

Nella lista nera stilata dalla Commissione europea sono chiamati in causa anche l’Università Craiova, l’Otelul Galati e il Poli Tmisoara. E la Romania non rappresenta nemmeno un’eccezione in Europa, preceduta – in questa speciale classifica della discriminazione – da Polonia, Slovacchia, Olanda e Italia. Il problema, qui, è che un po’ tutti fanno finta di nulla. “I grandi nomi del calcio romeno – ha spiegato la scorsa settimana il commissario europeo Valeriu Nicolae al quotidiano ProSport – non s’interessano alla lotta al razzismo, anzi spesso incoraggiano la discriminazione all’interno degli stadi”. La Lega calcistica nazionale (Lpf) ha rifiutato un finanziamento di 30mila euro dall’Uefa per una campagna di sensibilizzazione, dichiarando che in Romania non ci sono problemi di questo tipo.

Il fenomeno razzista viene alimentato dagli stessi patròn del calcio romeno. La figura più nota è quella del presidente dello Steaua Gigi Becali, uno degli uomini più ricchi del paese e sostenitore dichiarato dell’organizzazione di estrema destra Noua Dreapta(Nd). Lui e gli altri adepti del clan si richiamano alla dottrina delle Guardie di ferro, il movimento fascista responsabile durante la Seconda guerra mondiale di uccisioni e pogrom contro ebrei e rom. Qualche mese fa Becali dichiarò di “non avere niente contro gli ebrei”, ma che avrebbe “preferito battezzarli”. Poco tempo più tardi bloccò il trasferimento del giocatore musulmano senegalese Gueye Mansour dal Politehnica, perché non aveva voluto convertirsi al cristianesimo. Sulla stessa linea di pensiero si è posto il sindaco di Craiova Atonie Solomon, che – deluso dai risultati della compagine locale e dalle scarse prestazioni degli acquisti brasiliani e africani – ha invitato i dirigenti a smetterla di comprare “corvi”. A governare il calcio professionistico romeno, del resto, è il parlamentare di Romania Mare Dumitru Dragomir, che in campagna elettorale prometteva di “isolare i criminali rom in apposite colonie” per “fermare la trasformazione del paese in un campo nomadi”.

La squalifica Uefa assegnata allo Steaua ha avuto, se non altro, il merito di far calare il velo di ipocrisia che protegge il mondo del pallone romeno. Dopo la decisione dell’associazione ginevrina, i giornali e le televisioni nazionali hanno aperto il dibattito. Gabriel Stanescu, direttore del quotidiano Gardianul e professore di deontologia all’università di giornalismo di Bucarest, ha definito la squalifica “uno degli atti più miserabili compiuti dall’organismo europeo”. Becali è andato oltre, parlando di “forze occulte che ci vogliono colpire”. In compenso, non sono mancati i giornalisti che hanno difeso la pesante decisione: “Chiunque abbia seguito i derby di prima divisione tra i grandi club – ha scritto ProSport – sa che l’Uefa non ha sbagliato”.

PUBBLICATO SU il Manifesto

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