I Mondiali dei senza tetto


di Carlo Maria Miele e Giovanna Ferrara

Non hanno i capelli intrecciati da parrucchieri superpagati. Tra una partita e l’altra bevono acqua del rubinetto che, oltre a non avere le bollicine, non prevede nemmeno uccellini che ti saltellano intorno mentre la sorseggi. Non sputano sugli avversari. Eppure partecipano a un campionato mondiale di calcio, la Homeless World Cup. Per i giocatori di questo torneo il problema di quale albergo scegliere per il ritiro, se quello con l’idromassaggio a ultrasuoni piuttosto di quello con la sauna, non si pone nemmeno. Hanno altre esigenze. Sono senza casa, spesso senza lavoro. Clochard, senza tetto, homeless. Lontano dalla retorica, la loro partita la giocano su un campo diverso. Sul terreno dell’altra faccia del mondo, quella che appare di rado sui giornali patinati perché è brutta e malconcia. Quella che parla di povertà e sussistenza, degli sprechi dei ricchi, delle scelte in contrasto con la one way of life (il modello di vita che ci vuole tutti pettinati, accasati, impiegati).

La seconda edizione della Coppa del mondo dei senza tetto si sta svolgendo proprio in questi giorni in Svezia, nella città di Gothenburg. Domenica scorsa la cerimonia di apertura con una parata per le vie del centro. Una sfilata sul modello olimpico, ma molto meno formale, con le “delegazioni” dei 28 paesi partecipanti seguite da tifosi e curiosi. Il terreno su cui si disputano gli incontri è stato ricavato nel cuore di Gothenburg, nello spazio che ospitò l’esposizione mondiale del 1923. Gli eccessi del professionismo sono lontani. Per partecipare alla competizione basta avere più di sedici anni, non importa se si è uomo o donna (sono ammesse le squadre miste), e dimostrare di non avere alcun reddito, se non quello derivante dalla vendita dei giornali di strada. Nemmeno le caratteristiche fisiche dei duecento atleti corrispondono a quelle del calciatore medio: spesso superano i cinquanta anni, hanno una pancia abbondante e si affaticano al primo scatto sulla fascia.

Per venire incontro alle esigenze dei calciatori senza tetto, gli organizzatori hanno modificato almeno in parte le regole del gioco: il campo non è quello su cui si affrontano i campioni superpagati del calcio ufficiale, ma un rettangolo in cemento di 20 metri per 14. Le partite durano solo un quarto d’ora, si gioca in quattro contro quattro e i cambi sono frequenti. Senza la distorsione degli enormi giri di denaro, le gerarchie classiche del pallone ne escono stravolte: nei primi quattro giorni di torneo il Brasile ha incassato quattro sconfitte di fila, con la Scozia, la Repubblica Ceca, l’Italia e l’Austria. La Namibia ha rifilato otto gol ai cechi e poi ha superato la Francia ai rigori. Per quanto riguarda i nostri atleti (la squadra italiana si chiama A.S. MultiEtnica 2001), nonostante la brillante performance dello scorso anno, hanno avuto difficoltà a trovare uno sponsor. A sostenerli è il giornale di strada Terre di mezzo. Incoraggianti, comunque, i primi risultati: battute Svizzera, Brasile e Argentina. Domenica è prevista la finale.

Rispetto all’edizione dell’anno passato, che si era tenuta nella cittadina austriaca di Graz, l’affezione per questo campionato è cresciuta, coinvolgendo ben 10 paesi in più. Attorno allo «stadio», tra il museo d’arte, la sala concerti e il teatro cittadino, ogni giorno si raduna la folla colorata dei sostenitori. Nell’intenzione degli organizzatori della Insp, il network internazionale dei giornali di strada, la Homeless World Cup deve essere anche un’occasione per consentire anche a chi non ha mai avuto accesso alle meraviglie del mondo globalizzato di viaggiare e conoscere altri paesi. E così in Svezia quest’anno sono arrivati anche i senzatetto della Namibia, dell’Ucraina e del Giappone. Ognuno ha una storia diversa ma per tutti il calcio ha significato la possibilità di sentirsi meno esclusi e di abbandonare la vita di strada. Per Jose Riofrio, nazionale statunitense dei senza tetto, la coppa del mondo è stato un modo per avvicinarsi ad altre persone, superare la sua dipendenza dall’alcol e ritrovare la propria famiglia. Iio Yoshifumi, come tutti gli altri giocatori giapponesi, ha più di cinquanta anni e dopo aver perso il lavoro vive vendendo giornali per le strade.

Diversi atleti che presero parte alla prima edizione del torneo oggi hanno un lavoro stabile, hanno ripreso a studiare o sono comunque riuscita a cambiare la loro vita: molti sono rimasti nello sport, chi come educatore dei bambini, chi come calciatore nelle serie minori. Delle loro esperienze, e di quelle di tanti altri, si parla ogni giorno negli incontri del Social Forum, iniziativa parallela al torneo. Negli spazi attrezzati di Gotaplatsen, associazioni e ong confrontano il proprio lavoro, parlando di “lato nascosto della cartolina brasiliana”, di cosa voglia dire essere “senza tetto negli Stati uniti”, o di “perché la Ue non si impegna per combattere l’esclusione sociale”. Perché lo sport è un alfabeto meno superficiale di quanto si creda.

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